Avevo terminato da pochi
giorni la lettura del romanzo “Il tempo dei semplici “di Luigi Nacci, quando
Chiara mi ha annunciato in un messaggio la scomparsa di Klaus. Il libro,
acquistato per curiosità leggendo la sinossi in copertina, senza che ne sapessi
nulla, racconta di un figlio che descrive momenti significativi della vita dei
suoi genitori. Una lettura piena di ricordi e di affetti, per me anche – forse
– di rimorsi. E così, dopo qualche ripensamento, ho deciso di partecipare anche
io al ricordo di Klaus con un piccolo contributo.
Associato al rapporto che avevo con lui, ho subito pensato al giorno in cui il giudice del tribunale dei minori – che ci aveva convocato per la richiesta di adozione di quello che sarebbe diventato nostro figlio Emanuele – mi chiese se l’essere figlio unico aveva rappresentato per me una difficoltà. Gli risposi che i miei fratelli erano stati ed erano ancora i miei compagni di classe, quelli con i quali avevo condiviso le più straordinarie esperienze della mia vita.
Klaus era uno di questi
fratelli. Senza togliere niente a nessuno, gli altri erano, e sono tuttora,
Carlo, Giovanni, Graziano e Marco.
Ricordare Klaus non è facile,
anche se sinceramente lui non appariva una persona dal carattere complesso, ma
nemmeno semplice. Ciascuno di noi aveva un lato e interessi particolari che,
attraverso una sua innata curiosità, permettevano sempre a Klaus di arricchire
il proprio sapere. Carlo, l’ambiente e la natura, Giovanni, l’arte e la cultura,
Graziano, la fotografia e i motori, Marco, la politica e l’informazione, io, la
musica. Klaus non si fermava mai alla prima riflessione, al primo commento;
voleva sempre approfondire, capire meglio, rendere più forti le proprie
conoscenze. E lo faceva con la semplicità di chi non pensa di sapere tutto ma
che trova soddisfazione nel piacere di imparare sempre qualcosa di nuovo.
Come non ricordare un’epopea
straordinaria, la nostra. Quasi sempre insieme, e non è necessario ricordare la
politica. Gli incontri nelle nostre diverse case, le prove dei motorini da
Graziano sulla via Cusago, il cinema e il teatro, le gite. Ne ricordo alcune:
Camogli, Madesimo, Brunate, il bosco di Vergiate… e altre di cui in questo
momento ho perso la memoria. Ma soprattutto le giornate di vacanza natalizia a
Chiesa e i viaggi in Scozia e in Norvegia, straordinarie avventure da pionieri.
Anche se potrebbe sembrare curioso detto da me, Klaus fu il mio maestro di musica. Grazie a lui conobbi De André e Guccini (emblematica e pertinente la citazione di Graziano nel suo ricordo), ma soprattutto scoprii il mondo sconosciuto della musica classica, soprattutto quella del novecento.
Igor Stravinskij, Béla Bartók,
Erik Satie per me erano personaggi sconosciuti di cui avevo sentito solo il
nome. La musica dodecafonica – che mi è rimasta ostica – di Berio e Luigi Nono.
Klaus non era solo un musicista, che purtroppo aveva scelto di rinunciare alle
proprie esibizioni pubbliche, aveva le qualità di un compositore e di un
arrangiatore che mostrava in privato, quando ci si trovava per una “suonata”
tra amici. Aveva un orecchio musicale perfetto. La sua unica presenza sul palco
è testimoniata dalla foto che ho recuperato e che aggiungo alla nostra
collezione: era il primo marzo del 1965, Klaus, Carlo e io nei Varuski, questo
il nome del nostro gruppo.
Poco meno di un anno fa, ero
andato a trovarlo nella sua casa di via Ricciarelli per le solite quattro
chiacchiere che da qualche tempo ci capitava di fare, forse non con la
necessaria assiduità. Mi mostrò la sua collezione di dischi in vinile che,
confesso, non conoscevo. Aveva raccolto il meglio della musica classica – e
questo era abbastanza naturale – ma anche della cosiddetta moderna: artisti e
gruppi espressione di quella che gli informatici chiamerebbero “innovazione” in
un determinato settore. Attraverso la sua raccolta chiunque avrebbe potuto
percorrere la storia della musica attraverso gli interpreti più
rappresentativi.
Ma oltre alle nostre affinità
musicali, Klaus resta per me quello che mi ha permesso di ridere dei film di
Jacques Tati. Su tutti Play Time: la descrizione di una Parigi che si sta
trasformando in una città ultra moderna e che lascia per strada una parte della
sua anima.
Non posso affermare che la sua
abilità nel restituire le persone attraverso la fotografia avesse un valore
secondario nella nostra amicizia, anzi. Klaus ha fissato me e le mie
espressioni in tutti gli anni del liceo e dell’università. Ha fotografato il mio
matrimonio, è stato presente a quasi tutti i concerti in cui ho suonato e a
molte presentazioni dei libri di mia moglie, ha realizzato - per continuare e
arricchire una storica consuetudine della famiglia di mia madre - una foto che
ritrae la mia famiglia in una particolare posa. Quest’immagine la trovate
riprodotta in un numero del periodico Italiaimballaggio di qualche anno fa. Conservo
gelosamente tre sue splendide fotografie che mostrano gli alberi di un bosco:
straordinarie. Me le regalò solo perché aveva potuto utilizzare per qualche
giorno la nostra casa in Liguria in occasione di una manifestazione culturale a
Genova.
Ma c’era qualcosa che ci
legava tutti: la sua ironia. Oltre ai suoi disegni, sono note le sue battute
che, come ha ricordato Giovanni, lo hanno accompagnato anche recentemente. Io
ricordo però i suoi neologismi, il suo modo unico di storpiare i nomi, con
acume e gentilezza, senza offesa.
Carlo ha descritto con onestà ciò che succede a ciascuno di noi – a un certo punto - quando si prendono le scelte più importanti: si segue una propria strada, si selezionano i valori e si assumono le responsabilità in una vita che ha preso una certa direzione. Anche per me è stato così. E, se devo essere sincero, sono soddisfatto del percorso fatto.
Vorrei però aggiungere che,
oltre al ricordo delle persone care, ho sempre pensato che ritrovarle dopo un
lungo periodo fosse l’occasione per riprendere il filo dove era stato
interrotto, perché ciascuno di noi sarà sempre presente per gli altri.
Pochi mesi prima della
scomparsa di Klaus, è mancato il mio socio storico dopo un terribile periodo di
malattia. Più di quarant’anni di lavoro, di scelte aziendali, di progetti, di
grandi soddisfazioni professionali, persino di premi come riconoscimento del
nostro valore. Un sodalizio quasi unico nel mondo della comunicazione dove le
persone cambiano agenzia nel giro di pochi anni. Eppure, se penso a lui, mi
rimangono la comune passione per il lavoro e la stima reciproca, oltre al
dolore per una persona che non c’è più. Non per un amico, tantomeno per un
fratello.
Negli ultimi anni io e Klaus
ci sentivamo spesso al telefono ed era soprattutto lui che mi cercava, solo per
fare due chiacchiere su come procedevano le nostre vite. Esprimeva con
chiarezza il desiderio di riprendere le “vecchie” amicizie, di ritrovare le
persone con le quali aveva condiviso tante scelte. Non sempre, personalmente,
ho considerato seriamente questo bisogno. E, a un certo punto, si è rotto
qualcosa. La sua salute ha iniziato a creargli i problemi che chi lo ha
incontrato con maggiore frequenza ha letto con preoccupazione. Lui ne parlava
con schiettezza e con una certa serenità. Ma si leggeva l’inquietudine di non
riuscire a essere sempre la persona di un tempo. Per una serie di ragioni, di
cui non serve che faccia l’elenco, ho incontrato Klaus più spesso, e così ho
saputo, anche grazie a Chiara, qualcosa di più sulla sua salute. Un elemento,
forse sciocco, che segnalava come alcune cose in lui fossero cambiate, era
l’abitudine che aveva assunto di chiamarmi con il mio nome di battesimo e non
con il soprannome che aveva coniato lui stesso e che porto con me, con
orgoglio, dai tempi del liceo.
Uno dei tanti, forse troppi, rimorsi
è quello di non averlo invitato a una delle prove del mio gruppo per
consentirgli di fare le “sue” fotografie. Era venuto, con Carlo e Giovanni, a
seguire una prova aperta di uno spettacolo dedicato a Bob Dylan. Mi aveva
telefonato dopo qualche giorno per confessare che le sue foto non erano come
avrebbe voluto. Si percepiva l’amarezza e il dispiacere di non aver
accompagnato - con il suo mestiere - un amico per l’ennesima volta. Forse era
questo il motivo della richiesta di presenza alle nostre prove: restituire la
sua abilità di fotografo in un’occasione particolare da condividere insieme.
Ancora oggi, se penso a questo, ho l’impressione di aver tradito la nostra
amicizia.
Ci sarebbe tanto da scrivere su Klaus e sulla nostra straordinaria stagione. Giovanni, in risposta a una considerazione di Marco, aveva proposto di immaginare qualcosa che potesse rimanere quale patrimonio della “effe”. I consensi erano stati pochi. Chissà che non ci si riesca.
Ora, però, è il momento di
piangere un fratello. Ci manchi.











